giovedì 28 febbraio 2013

SEMBRA UN LATTE CON NESQUICK - CICCOLATA CALDA CON RHUM

Latte e Nesquick era la nostra merenda. Latte freddo e polvere di cacao dolcificata, una cosa che non toccherei più, nemmeno dietro pagamento. Il cacao in polvere faceva dei grumi che io scoppiavo col cucchiaino, ma non sempre a volte mi piaceva sentire la pastosità della polvere di cacao in bocca. Ci immergevo i Petit Beurre che non si "ammorbidivano" mai, nel senso che il latte restava in superficie e invece a me piacevano belli zuppi. Li tenevo dentro al liquido moooooolto a lungo, poi li tiravo su e questi ricadevano dentro al latte, schizzando ovunque. NOn c'era storia o li mangiavi poco umidi o li mangiavi disfatti. Qui vi propongo una versione adulta e speciale di quella semplice merenda infantile. 


75 gr di ciccolato fondente al 75% - 250 ml di latte - 250 ml di caffè molto lungo - 60 ml di rhum scuro tipo Agricole (in mancanza va bene anche il bianco) - due cucchiai di zucchero - una stecca di cannella - due scorzette d'arancia

Mettere il cioccolato, il latte, lo zucchero e la cannella in una pentola a fondo spesso e scaldare a fuoco bassissimo finché il cioccolato non sia sciolto e il composto liscio e liquido. Portare ad ebollizione sbattendo con una frusta, togliere dal fuoco e unire, sempre usando la frusta, il caffè e il rhum. Togliere la stecca di cannella. Mettere le scorzette di arancia in due tazze grandi e suddividere la bevanda. Serivire. Per un tocco in più, immergere due lunghe stecche di cannella nella cioccolata e farle rapprendere, metterle nelle tazze e usarle come se fossero cucchiaini per girare la bevanda.
per due persone

mercoledì 27 febbraio 2013

SEMBRA UN PETIT ECOLIER - MOUSSE DI CIOCCOLATO CON BISCOTTI

Uno delle mie merende preferite da bambina in Belgio era il Petit Ecolier, un biscotto tipo Petit Beurre ricoperto di cioccolato al latte. ERa fantastico, ne ho mangiati tantissimi e mi sono deliziata a sporcarmi le dita col cioccolato per via della permanenza in mano e per colpa del calore corporeo. Riproduco con questa mousse il sapore di quei pomeriggi invernali tra nebbie e giochi. Ovviamente i biscotti possono essere anche acquistati oppure potete fare quelli che vi piacciono di più, staranno benissimo comunque. 

per la mousse: 85 g di cioccolata fondente al 70% - due cucchiai di caffè - 10 g di burro - tre uova - 125 gi di panna fresca

per i biscotti: 250 gr di maizena - 200 gr di farina - 200 gr di burro a temperatura ambiente - 150 gr di zucchero - 3 tuorli  - 2 cucchiai di lievito  per dolci

per la mousse: Far fondere il cioccolato tagliato a pezzetti insieme al caffè in una ciotola a bagnomaria. Togliere dal fuoco e non appena fuori dal fuco unire il burro, mescolando il meno possibile. Lasciar riposare un minuto e unire i tuorli d'uovo, uno ad uno mescolando bene. Montare a neve ferma gli albumi, incorporare un terzo del composto alla crema di cioccolato e unire il resto mescolando dal basso verso l'alto. Infine, aggiungere la panna montata. Tenere in frigo due ore prima di servire.

per il biscotti: Setacciare le farina e il lievito. In una ciotola lavorare con una forchetta lo zucchero e il burro, aggiungere i tuorli uno ad uno, infine mettere le farine con il lievito impastando il meno possibile ma in modo da ottenere una pasta morbida e liscia.  Su un piano infarinato stendere la pasta con il mattarello ad un altezza di mezzo centimetro e tagliare con il tagliapasta rotondo dei biscotti di 4 centimetri di diametro. Passare in formo a 160 gradi fino a doaratura, 15 min circa.

Servire la mousse insieme ai biscotti.
per quattro persone 


martedì 26 febbraio 2013

COCA COLA, BACI E DANNI TRA LE NEBBIE

La Casa in Mezzo ai Prati della mia Infanzia
Siamo cresciuti in un posto dove c'erano i prati, gli alberi e la libertà. Eravamo una banda di ragazzini scatenati e selvaggi, liberi di fare tutto quello che volevamo, gli adulti  una presenza attenta, ma discreta. Correvamo per i prati, giocavamo a nascondino, agli indiani e cowboy, a baseball, con le bambole, i soldatini, ci arrampicavamo sugli alberi, sul quadro svedese e a volte stavamo semplicemente seduti in cerchio a parlare. Capitava raramente. Ci siamo divertiti come pazzi, senza controlli, attenti a rispettare le regole che i nostri genitori avevano stabilito per noi: tornare a casa prima del tramonto e, possibilmente, integri. Per quanto mi riguarda tornare integra a casa era la sfida più grande, sono e resto "accident prone", come dicono gli inglesi, che tradotto significa "ho la spiacevole tendenza a procurarmi involontariamente ferite, lividi, ammaccature e altre amenità." Cado spesso, mi taglio con vetri che non vedo, mi infilo invisibili, ma dolorosi, aghi nei calcagni, sono una distratta cronica, questo è il vero motivo. Cammino con la testa fra le nuvole. Riesco a prendere una cassetta delle lettere nella spalla semplicemente camminando per la strada, io ci passo accanto e lei come per incanto entra in collisione con il mio arto superiore. Al Pronto Soccorso mia madre aveva una corsia preferenziale, era conosciuta e stimata. Credo che a Natale i medici le facessero dei regali, tanto per ringraziarla delle frequenti visite. Questa però è un'altra storia. Mia mamma si rilassava solo d'inverno, quando gli alberi erano privi di foglie e i prati si coprivano di nebbia cotonose, allora noi passavamo ai giochi in casa. Rilassata, è una parola grossa. Diciamo che i giochi erano meno pericolosi, benché non fossero esattamente tranquilli. Tra le attività preferite, mamma e figlio, e il dottore, mio cavallo di battaglia perché grande frequentatrice di medici. Spaziavamo dai giochi classici da casa, come "fiumi, laghi e città" a "facciamo casetta", con i cenci trovati qua e là,  arrivando a cose un po' più frenetiche. Facevamo merenda, che di solito era a base di Petit Ecolier (biscotto tipo Oro Saiwa con un lato ricoperto di cioccolato, che è rimasto una delle mie grandi passioni), Gaufres (dolce tipico belga), pane burro e sale (un po' meno tipico), biscotti e latte con Nesquick. Poi, iniziavamo a giocare.
E' capitato che giocassimo alla banda e majorette nel salotto di mia madre, tutte bambine, una dietro l'altra in fila indiana, mimando con la bocca il ritmo della banda e in testa una di noi che recitava la parte del mazziere. La giovane mazziere, poco più che decenne,  teneva in mano un bastone da collezione di mio padre, era appartenuto ad un ufficiale giordano, capo scorta di re Hussein. Una reliquia che è servita a rompere un prezioso vaso di mia madre, infatti il mazziere sventolava dal basso verso l'alto lo scudiscio per dare il passo alla banda, lo sventolava con una tale foga da rompere il prezioso vaso di vetro di Hebron, soffiato a metà del XVIII secolo da un celebre artigiano. Il mazziere ero ovviamente io. Ne è conseguita una punizione esemplare: la ricostruzione del vaso e una settimana senza poter ospitare le amiche.
Avevo un'amica del cuore, non ci lasciavamo mai, eravamo sempre insieme. Frequentavamo la stessa, scuola, la stessa classe, eravamo compagne di banco e io, come è ovvio, andavo spesso a casa sua. Lì l'ambiente era più vivace, c'erano un sacco di bambini di tutte le età, perché lei era fornita di fratelli e sorelle in abbondanza, al contrario di me. L'ambiente era divertente, quasi meglio delle nostre scorribande estive nei prati. Giocavamo a tutti i giochi possibili ed immaginabili, non smettevamo un minuto di parlare e scambiarci opinioni, non so dire quali fossero, non ricordo. Abbiamo giocato così per anni, poi, un giorno suo fratello grande e i suoi amici, che ci avevano snobbate come le piccole pesti da ignorare volontariamente, ci hanno invitate a giocare. Avevamo undici o dodici anni e, diciamo, che i nostri sentimenti erano contrastanti, non ci fidavamo molto, ma allo stesso tempo eravamo lusingate, i grandi ci davano una possibilità. Quindi, dopo esserci consultate abbiamo accettato di giocare con loro. Chissà cosa avevano da proporci. Loro subdoli pre adolescenti, e consci di avere tre anni più di noi, quindi liberi di manipolarci. Ci hanno proposto il gioco della bottiglia. Noi non avevamo la più pallida idea in che cosa potesse constitere 'sto gioco della bottiglia e per non fare la figura delle babbione abbiamo acconsentito senza indagare. D'altronde non potevamo assolutamente sfigurare. Ci siamo trovate sedute in cerchio insieme ai maschi attorno ad una bottiglia della CocaCola, quelle da un litro di vetro o forse già di plastica, ma non ne ho un ricordo preciso. I giochi sono partiti, come è ovvio è stato uno dei maschi a far girare la bottiglia per primo. La bottiglia ha puntato su una di noi bambine, e allora ci hanno spiegato cosa era necessario fare quando la bottiglia ti puntava. Dovevi baciare colui o colei che l'aveva fatta girare. Urca, siamo rimaste folgorate. La designata si è avvicinata al maschio puntatore e gli ha schioccato un bel bacio sulla guancia. Io ricordo che loro si sono guardati, hanno ammiccato e proseguito nel gioco. Forse avevano un piano. Per un po' abbiamo proseguito coi baci sulla guancia. Poi, uno di loro l'ha buttata lì, con indifferenza "E se ci baciassimo sulla bocca". Toh, guarda che casualità. Avevano senz'altro un piano. Naturalmente noi, onorate dal fatto che ci facessero giocare con loro, intimidite, un po' per la giovane età, un po' non fare la figura delle cretine, ci siamo prestate e abbiamo accettato con entusiasmo, non esagerato forse. Allora la bottiglia è partita, l'ha fatta partire l'amico del cuore del fratello della mia amica. Ha puntato la mia amica. Le loro labbra si sono unite ed è tutto finito lì. Io a bassa voce le ho chiesto "Come è stato?", lei ha fatto spallucce. Immagino che mi volesse dire "niente di che". Nei giorni successivi abbiamo giocato parecchio al gioco della bottiglia e i maschietti si sono fatti più arditi, alle labbra hanno aggiunto la lingua. Suscitando strane domande in noi. Il contatto umido ci pareva strano, non capivamo cosa fosse né da dove venisse tutta quella umida morbidezza. Accettavamo la cosa senza capirla bene, decisamente passive. La prima volta che mi è capitato sono rimasta stranita. Ero io ad aver fatto girare la bottiglia che puntava sul fratello della mia amica. Un tipetto decisamente carino, che tutte le ragazzine a scuola guardavano con occhi concupiscenti. Io mi sono avvicinata per il solito bacetto, lui ha appoggiato le labbra e ha tirato fuori la lingua, la muoveva anche leggermente. Io ho provato una strana sensazione in bilico tra che "cavolo sta succedendo", interesse e un filo di disgusto. Non ho detto nulla, ho incassato e non ho commentato la sensazione che quell'umido aveva provocato sulle mie labbra chiuse, e che sono rimaste chiuse per tutti i giochi della bottiglia successivi. E non era una bella sensazione, a ripensarci bene. Qualche anno dopo ho avuto occasione di baciare quelle stesse labbra, in modo diverso e con ben altri risultati. E sensazioni.

sabato 23 febbraio 2013

MANHATTAN CHEESECAKE - IL CHEESECAKE ORIGINALE, FORSE

Questa ricetta l'ho avuta a un corso di pasticceria e panificazione, l'insegnante era americana e aveva studiato a Parigi, Milano e New York, corsi di pasticceria coi più grandi. Pare che sia l'originale di Lyndy's, la pasticceria di New York che si dice, negli anni venti, abbia inventato il Cheesecake. Se non è vero, comunque il risultato è squisito. 

per la base : 30 g di burro fuso - sei biscotti tipo Maria o Digestive triturati finisssimi (nel mixer)

per il ripieno: 900 g di Philadelphia (gli altri cream cheese non sono contemplati...) a temperatura ambiente - 250 g di zucchero - quattro uova - la scorza grattugiata di un limone (facoltativo) - una stecca di vaniglia o due cucchiaini di essenza di vaniglia liquida - 125 ml di panna liquida - succo di un limone

Mettere il burro fuso in una teglia apribile, dal fondo rimovibile, e spennellare bene, unire la polvere di biscotti e con le dita farla aderire perfettamente ai lati e al fondo. Mettere in frigorifero a rassodare. Rivestire la teglia, alla base e ai lati con due strati di foglio di alluminio.
Mettere nel mixer il Philadelphia e azionare le lame, farle lavorare per tre minuti o finché il formaggio non diventi molle. Unire lo zucchero a poco a poco e le uova una ad una, infine la vaniglia e la scorza di limone se la si usa, il succo di limone e la panna (se si usasse la stecca di vaniglia, tagliare la stecca a metà, ricavare i semi con il dorso di un coltello, scaldare la panna, senza farla bollire, mettere la stecca in infusione coperta per una decina di minuti insieme ai semini. Far raffreddare e procedere come sopra). In questa ultima fase non sbattere il composto troppo a lungo, incorporare semplicemente gli ingredienti. Versare il ripieno nella tortiera. Cuocere a bagnomaria nel forno prescaldato a 160 gradi per cinquantacinque minuti/un'ora. Una volta cotto, aprire la porta del forno, lasciarla accostata e lasciar riposare così il cheesecake per circa un'ora. Sformare e servire con la copertura desiderata.
per otto persone

PICCOLI TRUCCHI PER UN CHEESECAKE QUASI PERFETTO

Per avere il dolce più soffice aumentare la dose di albumi.

Se lo si vuole ancora più soffice montare a neve le chiare e incorporarle delicatamente alla base di formaggio.

Per avere un cheesecake più bianco ridurre la chiara.

La panna e il succo di limone sostituisco la Panna Acida o Sour Cream, nel caso riusciste a trovarla usare quella nella stessa quantità, nella fase prevista della ricetta.

La classica copertura prevede marmellata di albicocche e fragole fresche tagliate a metà. Io sostituisco la marmellata di albicocche con la crema di albicocche (vedere la ricetta del Budino di Vaniglia con Crema di Albicocche (M'hallabeye) di sabato 16 febbraio 2013) la trovo meno stucchevole.

Si conserva per cinque giorni in frigorifero.

Volendo un centro molto cremoso e un esterno più consistente cuocere per dieci minuti nel forno a 250 gradi e poi abbassare la temperatura a 100 e proseguire la cottura come indicato nella ricetta.

venerdì 22 febbraio 2013

BRACIOLE DI MAIALE MARINATE IN PADELLA

E' come farle alla griglia senza il problema di accendere il fuoco, portare a temperatura e, soprattutto, si possono fare dentro casa senza problemi. 

due braciole di maiale spesse tre-quattro centimetri - setto o otto spicchi d'aglio divisi a metà - 125 g di sale grosso - 125 grammi di zucchero - un cucchiaio di bacche di ginepro - mezzo cucchiaino di pepe in grani - tre o quattro rametti di timo - due cucchiai di olio - 25 g di burro

Portare ad ebollizone mezzo litro di acqua, unire il sale, lo zucchero, il ginepro, il pepe, l'aglio e un rametto di timo, mescolare bene per sciogliere il sale e lo zucchero. Far raffreddare. Mettere in un grande e profondo piatto di ceramica (pyrex), aggiungere le braciole e far marinare al fresco per una notte intera o almeno otto ore. Far cuocere le braciole in una pesante padella con l'olio, girando sovente fino ad ottenere una bella crosticina dorata. Continuare la cottura finché non sono completamente cotte, i tempi dipendono dal vostro fornello. Volendo, dopo una prima doratura in padella, si possono passare in forno a 200 gradi per cinque o sei minuti. Togliere le braciole dalla padella e unire il burro, due spicchi d'aglio interi e il resto del timo. Cuocere qualche minuto, spennellare sulle braciole. Servire.
per due persone

giovedì 21 febbraio 2013

TUNA SANDWICH - PANINO AL TONNO ALLA MIA MANIERA

Un classico panino negli Stati Uniti è il panino al tonno, ovviamente dopo Hot Dog e Hamburger. Lo fanno con tonno e mainese, di solito con il pane integrale. Qui vi do la mia versione, modificata, arricchita e italianizzata.

300 g di tonno fresco - 20 g di cipolla affettata sottilissima - quattro cucchiai di maionese - un cucchiaio di capperi dissalati - qualche pomodorino ciliegia (facoltativo) - foglie di lattuga - due panini croccanti tipo ciabatta - sale pepe peperoncino in polvere

Grigliare il tonno, finché non è ben cotto e non resta nessuna parte rosata. Sfaldarlo grossolanamente, metterlo in una ciotola unire la maionese, i capperi, un po' di sale, di pepe, e peperoncino. Mescolare bene, deve risultare un composto abbastanza umido. Suddividere il tonno nei panini tagliati a metà (possono anche essere leggermente scaldati), sui quali si sarà posata la lattuga, unire gli anelli di cipolla, i capperi, e gli eventuali pomodorini ciliegia tagliati a metà. Servire subito.
per due persone

martedì 19 febbraio 2013

PANIC IN NEW YORK CITY

Foto di Nicola Bortolussi (www.nicolabortolussi.it)
Adoro New York, quasi quanto amo Chicago. Ho sempre amato le città piene di vita e grattacieli, e New York rappresenta entrambe le cose. Mi sono anche simpatici i newyorchesi, benché come i milanesi e i parigini, siano in pochi a sopportarli, li trovo spigolosi, ma alla fine sono meglio di quanto non vogliano apparire. Certo, per molti New York rappresenta l'America, e non solo la porta di accesso ad un mondo diverso. Invece io trovo che New York rappresenti se stessa e basta, è un'isola multiculturale diversa in una nazione ancora più sfaccettata e variegata. New York è solo la parte sofisticata di un mondo da scoprire con grandi contraddizioni e magnifiche certezze.
Una volta passeggiavo con un'amica, era l'ultimo giorno di una frenetica, e come poteva essere altrimenti a New York, settimana. Eravamo sole lei e io, quattro passi a Soho, in libertà assoluta. I nostri compagni a bighellonare da qualche parte, molto pobabilmente a farsi una birra o a guardare le ragazze di passaggio da un ristorante o un caffè. Giravamo un po' a vuoto, non avevamo niente da compare ed era una giornata bellissima di settembre. Siamo entrate ed uscite da gallerie d'arte, negozi di abbigliamento alternativo e tradizionale, da cartolerie chic, dove un foglio di carta costa come un appartamento di media caratura in periferia, e da deliziosi negozi dove si vendono cose bellissime e completamente inutili. Era quasi arrivata l'ora di mangiare prima di andare all'aeroporto e ci siamo dirette al luogo dell'appuntamento coi nostri compagni. Abbiamo aspettato alcuni minuti e nessuno si è fatto vivo. Né il mio compagno, né il suo apparivano all'orizzonte. Aspettavamo in silenzio, le chiacchiere esaurite nelle nostre passeggiate. Siamo tutti adulti, vaccinati e grandi viaggiatori. Un minuto di ritardo in una città non è niente di cui preoccuparsi. Eppure io ero inquieta. L'assenza mi pareva troppo lunga, un filo d'ansia aveva preso a salire dallo stomaco verso la gola, ma tacevo la mia angoscia. Avevo bisogno di conferme evidentemente, nessuno di noi aveva un telefono cellulare, dato che l'urlo di battaglia  per quella settimana era stata "Niente collegamenti col mondo". Cosa non facile nella città che si sente l'ombelico del mondo. Quindi, la mia amica e io eravamo ferme ad un angolo di strada nel quartiere di Soho, sole. Io scrutavo inquieta l'orizzonte, la mia amica mi pareva calma, vagamente annoiata. Ad un certo punto ho detto: "Io vado a cercarli" e a passo di carica ho preso le mie gambette, le ho fatte sfrecciare lungo le vie chicchettose del quartiere, camminavo veloce come una saetta e la mia amica dietro che mormorava qualcosa che io non sentivo. Entravo e uscivo dai negozi, dai bar, dai ristoranti. Perlustravo ogni angolo dei locali, come un cane da fiuto a cui hanno fatto annusare un indumento di un rapito. Annusavo l'aria per capire se di lì era passato qualcuno che conoscevo, ovviamente non trovavo nessuno. Correvo sempre più preoccupata da un angolo all'altro, da un marciapiede all'altro, da un locale all'altro. La mia amica sempre più perplessa, sempre più preoccupata. Per me, non per i nostri compagni. Però lei non era nella mia testa, non poteva capire cosa stesse succedendo nei meccanismi del mio cervello.
Siamo tutti e quattro adulti, vaccinati e grandi viaggiatori. Rotti a qualsiasi esperienza, abituati a cogliere qualsiasi sfumatura o cambiamento d'atmosfera. Personalmente ho girato per i quartieri malfamati di alcune delle città meno sicure del mondo, tra cui Sao Paulo e New Delhi, non ho avuto paura un solo minuto. Ho vissuto in città dove veniva stuprata una donna ogni dieci minuti, e non ho avuto paura un solo istante, ma quel giorno non so cosa mi fosse preso. Mi aggiravo presa da una frenesia angosciata, la testa pulsante di fotografie orrende. Immaginavo i nostri compagni caricati su un furgone dalle porte scorrevoli e senza finestrini. Quei furgoni che si vedono in certi film o nelle serie tipo "Criminal Minds", quelli usati dai serial killer per rapire le loro vittime. Non ragionavo, quelle che io pensavo potessero essere vittime di un serial killer erano due uomini giovani in ottima salute, uno dei queli era grosso come un armadio a quattro ante. Difficile da prelevare in un sol gesto, figurarsi con un compagno. Immaginavo che li avessero chiusi in un sotterraneo legati mani e piedi, in mezzo ad una pozza d'acqua piena di topi. La fantasia galoppava, il nodo di ansia si stringeva sempre più intorno alla mia gola, e avevo perso la testa. Ad un certo punto sono entrata in un bellissimo bar, di quelli col banconee di legno lungo e i separé con le sedie rivestite di pelle, lì era morbida pelle verde, quei bar frequentati dopo il lavoro da poliziotti e avvocati nei film che parlano di giustizia giusta. Il bar era inondato di luce chiara, pieno di gente e un tavolo era occupato da un signore grosso come un armadio a quattro ante e da un altro più piccolo, ma discretamente massiccio. Bevevano una birra e ridevano. Non ci ho più visto, mi sono avventata contro quei due e ho urlato: "Ecco, io muoio di angoscia, vi cerco per tutto il quartiere e voi, voi siete qui a scolarvi una birra e a ridere". Mi hanno guardata come se fossi pazza, molto probabilmente lo ero, dietro di me la mia amica li guardava, immagino di uno sguardo rassegnato. Con molta calma, come si usa fare coi sequestratori di ostaggi nelle banche, hanno detto "Guarda che l'appuntamento è fra un quarto d'ora". Io sono rimasta ferma a guardarli, un minuto buono. Poi ho dato un'occhiata all'orologio e trionfante ho detto"Eh, no, l'appuntamento era per un'ora fa". La mia amica ha guardato il quadrante che mostravo fiera e ha detto "Peccato che tu sia avanti di un'ora, ci ho anche provato a dirtelo". Ecco, a quel punto ho fatto una cosa che nessuno si sarebbe aspettato. Ho fatto come fanno i gatti quando non riescono a saltare dove hanno stabilito e cadono rovinosamente al suolo. Si guardano intorno indifferenti, si danno una leccatina alla zampa e riprendono a camminare col massimo della tranquillità. Come se niente fosse successo. Ecco, io ho fatto così, mi sono seduta, ho preso un sorso dalla bicchiere di birra di uno di loro e ho chiesto "Bene, come si mangia da queste parti? Il panino al tonno è buono?". In tre mi hanno guardata, rassegnati ad avere una compagna e un'amica non completamente sana di mente.

domenica 17 febbraio 2013

PROSSIMAMENTE

La prossima settimana un'avventura sul filo del noir in una metropoli internazionale.

sabato 16 febbraio 2013

M'HALLABIE - CREMA AL LATTE CON ALBICOCCHE SECCHE

Un delizioso dessert al cucchiaio che combina due sapori che amo molto: le albicocche e il budino di latte. Maleke, la fumatrice, ha lasciato la ricetta a mia madre, lei lo preparava così, ma ci sono molte versioni coi pistacchi, senza, con il latte di mandorle, e via creando. 

Per la crema: un litro di latte intero - quattro cucchiai di amido di frumento o farina di riso - quattro cucchiai di zucchero - un cucchiaio di acqua di fiori d'arancio - un cucchiaino di mastika (resina di lentisco, facoltativa)
per le albicocche: 250 g di albicocche secche di ottima qualità - 1 litro di acqua - 125 g di zucchero

Per la crema: Mescolare l'amido di frumento, il latte e lo zucchero, mettere su fuoco basso e mescolando continuamente far inspessire la crema. Togliere dal fuoco e unire l'acqua di fiori d'arancio e la mastika, se utilizzata. Versare nelle coppette di servizio e mettere in frigo fino al moemnto di servire.
Per le albicocche: Lavare le albicocche e lasciarle a mollo per circa otto ore. Mettere le albicocche in una casseruola con l'acqua e portare ad ebollizione. Unire lo zucchero e cuocere per mezz'ora mescolando ogni tanto, le albicocche devono restare molto morbide ma non disfarsi completamente. Togliere dal fuoco, far raffreddare e tenere da parte.
Servire la crema cosparsa di albicocche.
per quattro persone 

venerdì 15 febbraio 2013

MINESTRA DI LENTICCHIE CON LIMONE - A'DDAS

Di origini libanesei si tratta di una minestra di montagna, che scalda l'anima e il cuore nelle sere d'inverno. L'aggiunta di limone esalta il sapore delle spezie. 

200 g di lenticchie (piccole, per esempio di Colfiorito) - mezza cipolla (o quattro cipollotti) - una patata rossa - uno spicchio d'aglio - un cucchiaino di cumino in polvere - un pezzo di stecca di cannella - un peperoncino - due limoni - due cucchiai di olio - un mazzetto di coriandolo  (se non piace va bene il prezzemolo) - sale pepe

per decorare: due spicchi d'aglio - un limone - due cucchiai di olio

Tritare la cipolla e tagliare fine lo spicchio d'aglio. Fare un soffritto con l'olio,  cuocere a fuoco bassissimo per qualche minuto. Unire il cumino, il pepe, il peperoncino e la cannella, e le lenticchie. Aggiungere la patata tagliata a dadini e coprire con un paioi di litri di acqua fredda. Portare ad ebollizione. Abbassare la fiamma e cuocere per una mezz'ora a fuoco basso. Aggiungere un cucchiaino di sale grosso a metà cottura. Terminata la cottura unire il succo di un limone. Lasciar riposare dieci minuti prima di servire. 
Tagliare l'altro limone a fettine sottili. Affettare sottilmente l'aglio e cuocerlo in un padellino con l'olio finché non è dorato. Fuori dal fuoco unire le fette di limone alle lenticchie, spolverare con coriandolo (o prezzemolo) tritato fine, aggiungere l'aglio fritto.
per quattro persone 

giovedì 14 febbraio 2013

HUMMUS - CREMA DI CECI

Ho una grande passione per i ceci, le lenticchie, i fagioli che sono i grandi protagonisti della cucina mediterranea e anche di quella araba. Con i ceci si fanno svariate preparazione come i falafel (anche di fave), le minestre e gli stufati, ma la mia versione preferita è questa, l'Hummus, una appetitosa crema di ceci che fa parte dei mezzes. La ricetta è sempre di Maleke, la fumatrice, ma io ho modificato alcune cose, per esempio la quantità di Tahine (pasta di sesamo) e la quantità di aglio, di solito molto più abbondante. 

300 g di ceci secchi -  un cucchiaio colmo più una punta di Tahini - un limone (succo) - uno spicchio d'aglio - sale pepe - paprika e prezzemolo per decorare

In una grande ciotola mettere i ceci e ricoprirli di acqua, eliminare quelli che vengono a galla. Lasciarli a mollo per un'intera notte. Sciacquarli e metterli in una pentola, farli cuocere per un'ora e mezza circa. Dovranno essere morbidi, ma attenzione a non eccedere nei tempi potrebbero diventare troppo farinosi. Salare con sale grosso a metà cottura, circa un'ora dopo l'inizio dell'ebollizione. Togliere un paio di mestoli di acqua di cottura e tenerli da parte, tenere da parte anche un paio di cucchiai di ceci interi. Mettere i ceci, l'aglio, il succo di limone, un po' di acqua di cottura nel mixer e far patire le lame. Ne risulterà una crema densa e corposa, ma ancora abbastanza grezza, aggiungere il tahine e ancora un po' d'acqua e far diventare la crema liscia. Nel caso fosse troppo spessa aggiungere ancora acqua di cottura, modulare l'acqua a seconda delle esigenze, ma non esagerare. Mettere la crema di ceci in una ciotola aggiustare di sale e mescolare molto bene, come se si volesse montare il composto. Che in effetti monterà a diventerà leggero e soffice. Decorare con i ceci tenuti da parte. Mettere in frigo a raffreddare, coperto con la pellicola, per almeno quattro ore, meglio se il giorno prima. Prima di servire spolverare con poco prezzemolo tritato molto fine e paprika, si possono creare dei bellissimi disegni, quindi scatenate la fantasia.
per quattro persone

mercoledì 13 febbraio 2013

TABULE - INSALATA DI GRANO CON POMODORO E PREZZEMOLO

E' un'insalata diffusa in tutto il bacino del mediterraneo parte araba, ma fa parte anche della cultura armena. La base è sempre la stessa, il bulghur, la cipolla, il pomodoro e il prezzemolo, con alcune piccolissime varianti. Sono cresciuta a bocconi di Tabule, è forse uno dei miei piatti preferiti e mi ricorda l'infanzia. La ricetta è di Maleke, la fumatrice, di cui racconto le gesta lunedì 11/02/13. 
Il prezzemolo deve essere rigorosamente tritato a mano: lavato e pulito, bisogna "appallottolarlo", metterlo sul tagliere e tenendolo ben stretto tagliarlo col coltello, ne risulteranno delle foglie tritate in maniera molto grossolana. E' così che deve essere, non tritare ulteriormente. (Domenica 19 vi mostrerò il trucco per farlo bene).  

125 g di bulghur - due grossi mazzi di prezzemolo - un grosso pugno di menta - 3 pomodori maturi  ma molto sodi - setto o otto cipollotti - una cipolla rossa piccola - 30 ml di succo di limone - olio sale pepe - lattuga per servire

Lavare il bulghur e lasciarlo a bagno in acqua acidulata con poco succo di limone per un quarto d'ora. Scolarlo e spremere molto, molto bene tra le mani in modo da togliere più acqua possibile. Metterlo nel piatto di portata. Tritare il prezzemolo e la menta insieme come spiegato sopra. Tagliare i pomodori, privarli dei semi e tagliarli a dadini. Tagliere i cipollotti. Portare ad ebollizione dell'acqua in un pentolino. Tritare la cipolla, metterla in un colino e versarci sopra l'acqua bollente (questo serve per togliere il sapore acre ). Unire tutti gli ingredienti al bulghur. Sbattere bene succo di limone, sale e pepe e olio in una ciotolina, versare sulle verdure, mescolare bene e far riposare per mezz'ora prima di servire.
Per servirlo in modo tradizionale: portare in tavola le foglie di lattuga intere. Ogni commensale prenderà un po' di tabule e lo metterà dentro alla foglia che chiuderà a pacchettino, portandola alla bocca.
per quattro persone 

martedì 12 febbraio 2013

CENE FUMOSE A GERUSALEMME

A casa abbiamo sempre pensato che fosse vecchissima, ma all'epoca i miei genitori erano appena trentenni e io avevo giusto imparato a non farmela nel pannolino. Sì, abbiamo sempre parlato di lei come di un'adorabile vecchina. Forse aveva cinquant'anni, forse qualcuno in più. La prima volta che è arrivata in casa nostra ha fatto due richieste: avere una radio e poter fumare. Mia madre non aveva avuto niente in contrario. Le aveva comprato una radio, che è rimasta in giro per casa fino al mio ventottesimo compleanno, giorno in cui è caduta rompendosi in mille pezzi. Non fosse caduta è probabile che sarebbe stata ancora lì, sullo scaffale della cucina di mia madre. Poi, le ha regalato una stecca di Kent, le sigarette che fumava anche lei. Così corredata ha preparato la sua prima cena a casa nostra: radio a tutto volume e sigaretta che bruciava sul piano di marmo della cucina. In verità credo che fumasse pochissimo, erano più le volte che la sigaretta bruciava indisturbata appoggiata da qualche parte che quelle in cui l'aveva in bocca. A tre anni conoscevo tutte le canzoni di Um Kalthoum a memoria. La sua voce profonda eppure chiara è stato il sottofondo della mia infanzia. Cantavo insieme alla radio e a Maleke, la fumatrice. Cantavamo a squarciagola e mio padre, che non è mai stato grande amante della musica araba, sosteneva che tutte e tre in coro, Um, Maleke e io, sembravamo l'ode al dito schiacciato.  Um Kalthoum, attrice e cantate egiaziana, era l'idolo di Maleke, ma lei amava tutta la musica, le piaceva anche ascoltare le filastrocche infantili che le inanellavo tornando dall'asilo.
Maleke era araba, ma cristiana. Cattolica fino al midollo, non poteva perdersi la messa. Quindi la domenica sgattaiolava fuori per andare alla prima funzione, prestissimo alla mattina, perché "non sia mai che la mia "Habibi" (tesoro) non mi trovi al risveglio". Mentre tornava comprava la mia merenda preferita, Cahek u Zahatar* (per la storia cercare nel blog: "Cibo per Menti Aperte") e poi mi svegliava. Tagliava a metà il Cahek (ciambellina al sesamo) e preparava uova strapazzate con Summac**. La mia colazione, a mio fratello dava un biberon gigante mentre lo teneva a cavalcioni sul fianco e rigovernava la cucina. Io intingevo il pane dentro alle uova e la guardavo estasiata. L'altra metà del Cahek lo teneva per darmelo a merenda. Mio fratello e io amavamo Maleke, io di un amore assoluto e corrisposto, lui dell'amore delicato e nuovo, quello del neonato. Per noi era la nonna che non avevamo vicino, la nostra isola di divertimento. Odorava di olio fritto (friggere era il suo sport preferito), sigarette, e violette. Con un preavviso brevissimo riusciva a preparare una cena per quaranta persone, non che i miei avessero tanti amici, ma saperlo faceva sentire mia madre una padrona di casa migliore. Ascoltare Um, fumare e cucinare erano le sue grandi passioni. Ma, il suo diletto assoluto era cenare con me. Preparava una vera cena araba, quelle col riso o il cous cous, la carne, i dolci, il the alla menta, e i mezzes. Un paio di volte alla settimana, quando il miei erano fuori a cena, cominciava a lavorare dal pomeriggio, lasciando da parte le incombenze casalinghe, tranne le cure dovute a mio fratello. Finito di cucinare lo metteva a dormire e cominiciava il nostro rito. Preparava i piattini coi mezzes, certo non rispettava le quantità da cena formale, di solito dodici piattini, ma c'erano sempre quelle due o tre pietanzine belle ricche. Le più frequenti: hummus, tabule, dolma, falafel, kibe. Ovviamente quelle che piacevano a me. Metteva il riso su un grande piatto di rame, fumava ed era caldissimo, poi lo copriva con un altro piatto sempre di rame. La carne era pronta nel forno, un aggeggio, una sorta di catafalco antidiluviano che funzionava a gas o forse a fiato di Maleke, visto quanto diventava rossa quando lo usava. Lei lo adorava e lo usava con sommo piacere. A volte preparava lo stufato che stava sul fuoco della cucina economica fino all'ultimo minuto.  Poi, andava in sala, prendeva uno dei tappeti di lana annodata e lo portava nel disimpegno di fronte alla sua camera da letto. Prendeva i cuscini e li disponeva come se fossero comode poltrone, appoggiati a terra e al muro. Portava la radio che disponeva al lato dei suoi cuscini, regolava il volume, di solito molto alto, sulla stazione dove sapeva sarebbe cominciato il programma musicale. Finito questo mi faceva accomodare, senza scarpe, le gambe incrociate, la schiena appoggiata sul cuscino, e arrivava coi mezzes. Versava il the nei bicchieri di vetro, il mio lo riempiva a metà e lo colmava con acqua fredda. Non ho mai amato le bevande troppo calde e continuo a detestarle. Maleke allora cominciava a conversare. Beveva una sorsata di the bollente,  tirava dalla sigaretta una lunga, voluttuosa boccata, mangiava un dolma e iniziava le sue storie. Mi raccontava di quando lavorava al consolato francese, quando doveva preparare l'Anatra Ripiena e il Fagiano al Foie Gras. Per me era tutto arabo, nel senso che capivo perfettamente la lingua, ma quei cibi mi erano sconosciuti e mi parevano molto eleganti ed esotici. Tirava una boccata di sigaretta, prendeva un po' di pane, che aveva preparato lei, lo intigeva dentro all'hummus, e me lo passava. Mi raccontava di quando era caduta dal cammello e tutti avevano riso. Beveva un po' di the e mi esortava a fare lo stesso. Io, al massimo del piacere, sbocconcellavo il falafel, addentavo il kibe, mi godevo l'hummus, tutto con le mani, deliziata e felice. Poi Maleke si alzava, toglieva la copertura al riso o cous cous, versava sopra la carne, o la toglieva dagli spiedi, e me la portava. Mangiavamo direttamente dal piatto di rame, come usa in Medio Oriente, con le mani. Lei mi ha insegnato il trucco per mangiare senza perdere un granello di riso, e tenere la mano ragionevolmente pulita. Bisogno tenere le dita tutte unite, escluso il pollice, poi bisogna stringerle e formare un cucchiaio, che deve restare così per tutto il tempo del boccone. Con delicatezza bisogna portare il cucchiaio naturale in un punto dove ci sia la carne che il riso, intingerlo stringendo la carne col police e cercando di afferrare la giusta quantità di riso. Si portano alla bocca le dita avendo cura di tenere il dorso della mano verso il basso e con il pollice si spinge il cibo in bocca. Più difficile scriverlo che farlo, ne risulta un movimento veloce ed elegante. Si prosegue fino ad esaurimento del cibo. Quando si vedeva il rame tra i chicchi di riso Maleke era soddisfatta, avevamo mangiato. Allora portava delle eleganti ciotole colme di acqua tiepida dove galleggiava una fetta di limone. Mi faceva lavare le mani con cura. Le nostre cene finivano, invariabilmente, con i dolci,  i miei proferiti, ovviamente. Si variava tra il budino di vaniglia con le albicocche (M'llebeye), i Lukum, o i Karabij (pasta frolla ripiena di pistacchi e datteri). Restavamo a parlare mentre Maleke sorseggiava il caffé e poi, rovesciata la tazzina, si auto divinava il futuro leggendo i fondi. Dopo mi portava a letto, non senza avermi fatto lavare i denti e dire una preghiera. Mentre mi rimboccava le coperte diceva "Haddini Boosa, Habibi" e io la baciavo, come lei mi aveva chiesto, e l'avrei baciata mille e mille volte. Haddini Boosa, Maleke Habibi, ovuque tu sia.

P.S. Mi perdoneranno le persone la cui prima lingua è l'arabo, i miei errori sono terribili, lo so, ma non pratico la vostra lingua da molti molti anni e ho dimenticato tutto, come si parla e come si traslittera.

P.P.S Per coloro i quali fossero preoccupati della mia salute, visto che Maleke fumava come un turco nervoso, non vi preoccupate, sono cresciuta molto bene, i miei polmoni sono sanissimi e corro parecchi chilometri alla settimana. Tra l'altro a quei tempi non si parlava di fumo passivo e non se ne conoscevano le nefaste conseguenze.

*Zahatar: composto di spezie, sesamo ed erbe.
**Summac: una bacca, leggermente aciudula che viene essiccata, triturata fino a ridurla in polvere e usata per aromatizzare molti piatti della cucina araba.

domenica 10 febbraio 2013

sabato 9 febbraio 2013

CINNAMON ROLL - ROTOLO ALLA CANNELLA

Non è proprio una vera pizza, si fa con una pasta che è molto vicina a quella della pizza e il ripieno è semplice. E' una ricetta americana, questa per l'esattezza proviene dalla terra degli Amish. 

300 g di farina - 100 g di farina Manitoba - una patata grande - 100 g di burro - 125 g di zucchero semolato - un uovo - 150 g di zucchero di canna scuro - due cucchiai di cannella in polvere - 25 g di lievito di birra - acqua e latte (le proporzioni 60 ml di acqua, 125 di latte all'incirca, ma dipende sempre dall'assorbenza della farina, cominciare con poco e poi aggiungere via via) - un pizzico di sale

Bollire la patata e passarla nello schiacciapatate o nel passaverdura. Sciogliere il lievito di birra in un po' di acqua tiepida. Mescolare le due farine e la patata tiepida. Fare la fontana e aggiungere un composto di metà acqua e metà latte, tiepidi, e l''uovo, procedere come per la pasta per pizza (martedì 5/2/13). Far lievitare un paio di ore. Stendere la pasta. Sciogliere il burro in un pentolino, unire lo zucchero e la cannella mescolati insieme, versare questo composto sulla pasta, nel caso fosse necessario spennellare per coprire tutta la superficie, lasciando libero tutto il bordo. Arrotolare la pasta su se stessa. Tagliare a fette di tre centimetri la pasta e disporle sulla placca del forno, foderata con carta da forno. Far fare la seconda lievitazione per venti minuti. Infornare a 180 gradi finché le ciambelline non sono dorate, circa 25 minuti.
per quattro persone 

venerdì 8 febbraio 2013

PIZZA CON CARCIOFI E SCALOGNI

Una pizza che è quasi una focaccia, ma sempre deliziosa. 

300 g di pasta per pizza (vedi mercoledì 6) - sei scalogni un po' grandi - un chilo di carciofini (vanno bene anche i carciofi) - 170 g di formaggio Asiago grattugiato - 50 g di parmigiano grattugiato - 125 ml di vino bianco secco - 250 ml di acqua - uno spicchio d'aglio - due cucchiai di olio d'oliva - qualche cucchiaio di prezzemolo tritato - sale pepe - farina di mais

Mettere gli scalogni in una piccola teglia ungerla con un cucchiaio di olio e farli cuocere in forno a 180 per circa mezz'ora, o finché non sono teneri e arrostiti. Farli raffreddare e tagliarli grossolanamente. Far cuocere i carciofini lavati e puliti, passati in acqua e limone, in una casseruola con il resto dell'olio, l'aglio. Farli saltare per un paio di minuti, poi unire il vino bianco e terminare la cottura finché il vino non sia completamente assorbito. Unire l'acqua e lasciar sobbollire per una decina di minuti. Lasciar raffreddare e tagliare grossolanamente. Se usate i carciofi grandi usare lo stesso procedimento coi carciofi già tagliati a spicchietti sottili.
Mettere la pasta per pizza sulla placca del forno, cospargerla con un po' di farina di mais, ungere leggermente con un po' d'olio (si può usare anche l'olio all'aglio, trovate come farlo nel blog), spolverare con un po' di Asiago, unire gli scalogni, i carciofi e terminare con il resto dell'Asiago e il parmigiano. Cuocere in forno a 250 per dieci dodici minuti. Unire il prezzemolo fuori dal forno e servire.
per quattro persone 

giovedì 7 febbraio 2013

PIZZA MARGHERITA

Come poteva mancare la regina delle Pizze, dedicata ad una regina vera, quella Margherita di Savoia in visita a Napoli? Prima la pizza era solo quella che noi chiamiamo napoletana, senza formaggio e fritta. Dopo... dopo si sa come è andata a finire. Facile, gustosa, veloce. 

300 g di pasta per pizza - una mozzarella fior di latte - 200 ml di salsa di pomodoro fresco - basilico in foglie - sale

Per prima cosa far asciugare la salsa di pomodoro in una padella, deve restare liquida ma deve avere pochissima acqua. Salare. Seconda cosa tagliare la mozzarella a dadini, metterli in un colino e lasciarli "scolare" per un quarto d'ora. Far fare la seconda lievitazione alla pasta sopra la placca del forno. Metterla in forno 250 gradi per cinque minuti, poi unire il pomodoro, e la mozzarella. Cuocere finché non è croccante e dorata e la mozzarella bella sciolta. Decorare con basilico a piacere.
per quattro persone

mercoledì 6 febbraio 2013

PIZZA: LA PASTA PERFETTA, FORSE

Come era ovvio questa settimana l'argomento centrale delle ricette saranno le pizze. Come prima cosa vi spiegherò come fare una Pasta per Pizza perfetta, poi seguiranno fantastiche ricette salate e una dolce, perché la pasta di pane che serve per fare la pizza può anche essere usata per ricette dolci. E non sto parlando della Pizza alla Nutella che vi servono in pizzeria. 

Per una Pasta per Pizza perfetta ecco gli ingredienti:

200 g di farina di grano duro - 200 g di farina Manitoba - 100 g di farina 0 - 25 g di lievito di birra - un cucchiaino di olio di oliva - mezzo cucchiaino di sale - acqua tiepida

Setacciare le tre farine al centro della spianatoia, fare la fontana e in un "angolino" (ok la fontana è rotonda, ma ci siamo capiti) fare un buchino dove mettere il sale (il sale mischiato col lievito rallenta o, addirittura, impedisce la lievitazione. Succede l'esatto contrario con lo zucchero). Sciogliere il lievito in mezzo bicchiere di acqua tiepida e lasciar riposare qualche istante. Mettere l'acqua con il lievito al centro della fontana, unire l'olio e dell'acqua tiepida. La quantità di acqua necessaria per ottenere la pasta varierà molto, dipende da quanto la farina scelta assorbe il liquido, quindi cominciate con una quantità, diciamo che riempie mezza fontana o poco più e poi vedete come procedere. Con una mano prendere la farina dai lati della fontana e mescolarla all'acqua, piano piano si formerà un impasto cremoso che andrete via, via ad inspessire con altra farina. Esaurita la farina e ottenuto un impasto abbastanza sodo, lavorare a pieni mani, stendendo con il palmo della mano e riarrotolando a palla. Lavorare così per almeno cinque/dieci minuti. Quando l'impasto non si attaccherà più alle mani e sarà liscio e sodo, gettarlo con "violenza" sulla spianatoia due o tre volte (questo servirà a rompere le fibre e a facilitare la lievitazione). Fare una palla e con un coltello praticare un taglio a croce. Mettere l'impasto in una ciotola infarinata, possibilmente non di metallo, coprire la ciotola con la pellicola e un canovaccio. Se facesse molto freddo coprire anche con un panno di lana. Far lievitare un paio d'ore o fino a quando non sia raddoppiato di volume. A questo punto, prendere delicatamente i lembi della pasta portarli verso il centro, impastare un istante e far lievitare ancora mezz'ora. A questo punto la pasta è pronta per essere stesa. Una volta messa sulla placca del forno o in una teglia far lievitare ancora un quarto d'ora. Farcire ed infornare a 250 gradi fino a cottura.
La pasta così fatta può essere divisa in due parti e congelata, farla scongelare in frigo per una notte prima di utilizzarla e farla lievitare nella teglia per una mezz'ora.

martedì 5 febbraio 2013

ATTENZIONE, CADUTA CANI A MILANO

"Cave Canem", attenti al cane, una delle poche espressioni latine che mi sia rimasta in mente dai tempi del liceo, dopo "Dura Lex, Sed Lex" e "Usque Tandem...". E nel mio caso mai frase fu più azzeccata. Del Cane delle Nevi sapete già, Cave Canem sulle piste, ma adesso faccio danni anche in città. Le trasferte non mi bastano più. Non paga delle crisi di panico, delle scivolate sbagliate e degli stinchi scorticati dagli scarponi, che di solito accompagnano le mie vacanze in alta quota, adesso ho inventato un nuovo sport. Si tratta del "Volo del Cane", un connubio di acrobatica abilità, sincronca incoscienza, diabolica imbranataggine. Diciamo che il gruppo di amiche che vengono definite "leGalline" conoscono questo mio coté ardito, ne disquisiscono nei momenti di tristezza per tirarsi su il morale. Sì, perché sono momenti di puro divertimento, di rinfrescante ilarità, insomma un delizioso tiramisù per anime abbattute. Tra gli episodi di disavventura urbana, presentati nel blog, c'è  "L'Insostenibile Trasparenza delle Vetrine a Copenhagen", disavventura dopo la quale"leGalline" hanno riso per circa due settimane filate, rischiando il singhiozzo. Ovviamente ne ho combinata una delle mie di recente, e qui ve la racconto.
Era un sabato di uggiola milanese, il cielo deliziosamente plumbeo, una leggera foschia a rendere l'atmosfera ovattata, il selciato lucido di umidità, sospeso tra il bagnato e l'asciutto, la luce un po' cupa completava un disegno che ricordava il primo Van Gogh, quello olandese, grigio e un po' triste. Una giornata qualsiasi, di un qualsiasi inverno milanese, molto Tanguera, nel senso di "Il Tango è Un Pensiero Triste che si Balla". Il nostro Cane aveva appena ripreso i panni del cane urbano, si era deliziata con vita sociale sfrenata e amenità varie. Insomma si era destreggiata tra pomeriggi di diletto, tra un bagno turco, una caramella al pompelmo, qualche bocconcino sbocconcellato con pazienza e voluttà, un po' di lavoro, giusto per non perdere l'abitudine e qualche seratina mondana. Quelle serate mondane trascorse a chiacchierare, bere, ballare, fare tardi, sì proprio quelle che poi ci si mette un po' a recuperare. Ecco, il nostro Cane era reduce da una di quelle settimane. Bene, erano le tre di un pomeriggio di uggiola milanese, il Cane era stanca e doveva ancora pranzare. Qui lo dice e qui lo nega, il Cane titolare di questo blog, fa una cosa che si dice ma non si dovrebbe fare, e per favore tutti facciano finta di non leggere le prossime parole, sono semplicemente un'occasione di disimpegno tra un racconto e l'altro. Inizia la frase da rimuovere - il Cane era entrata in una nota catena di prodotti congelati, per altro di ottima qualità, a sua discolpa, per comprare una pizza (in effetti eccellente) - finisce la frase da rimuovere. Inizia la frase che dovreste leggere su questo blog: il nostro Cane rientra a casa, prende la farina, fa la fontana, scioglie il lievito dentro un poco di acqua tiepida, aggiunge acqua alla farina e impasta fino ada ottenere un pasta leggera, morbida ed elastica, la avvolge in un canovaccio e la fa lievitare per un paio di ore; ovviamente, la frase è corretta, il procedimento giusto, ma il Cane in questo ultimo caso avrebbe cenato e bellamente saltato il pranzo. E aveva una fame da lupo, grigio. Insomma, era uscita dal negozio con la sue belle Margherita surgelate, tutte avvolte nel loro cellophane, tutte belle, fredde, rigide come un cadavere, dentro la loro busta della spesa. Le due belle pizzette tenevano compagnia ad una busta dei edamame (fagioli di soya, che difficilmente si trovano freschi in Italia). Forse chiacchieravano, intendo le pizze e l'edamame, ma il Cane non è sicura di questo, anche se col cibo ha un rapporto quasi fraterno. Ecco, in quell'istante è successo tutto. Il Cane era separata dall'auto da, nell'ordine,  l'amatissimo pavé milanese color ruggine, quello a grossi blocchi sempre un po' disconessi, le favolose rotaie del tram, lucide di pioggia, lustre e scintillanti, la pioggia che veniva giù a velo, leggera leggera, fina fina. Sorrideva, stanca ma fiera della sua conquista, due belle pizzelle pronte in un attimo. Bisogna specificare che il Cane quando piove ha un abbigliamento standard: impermeabile, rigorosamente beige, pantaloni infilati dentro a magnifici stivali di gomma, mica quelli sgraziati dei pescatori, quelli leggermente più eleganti, di forma un po' più slanciata e cappello antipioggia, niente ombrelli, troppo ingombro. Il Cane così bardata, guarda avanti a sé, con l'orecchio destro sente lo sferragliare del tram sempre più vicino, con quello sinistro le auto che sfrecciano, perché a Milano le auto sfrecciano veloci, anche nelle vie che non sono periferiche. Guarda a destra, poi a sinistra, come le è stato insegnato quando era un Cagnolino cucciolo, comincia cauta ad attraversare. Un ragazzo in bicicletta è in lontananza, pedala pedala ma non troppo veloce. Un passo davanti all'altro, nulla diverso dal solito, e poi ecco. Ecco, che il Cane comincia a beccheggiare, avanti e indietro, poi fa un semicerchio, piccolo, nemmeno troppo sgraziato, la punta dello stivale destro incastrata tra il pavé color ruggine e la rotaia scintillante, il Cane fa un movimento oscillante da destra a sinistra, incespica e poi torna a fare un passo normale. La situazione sembra recuperata, invece il piede sinistro finisce in fallo, non si sa bene come, il Cane ricomincia ad oscillare e si protende avanti, come a volere afferrare qualcosa che le hanno lanciato, è quasi orizzonatale col corpo, lo stivale destro si stacca da terra, anche quello sinistro. Il Cane vola, si libra nell'aria come se fosse un cartone animato, in uno svolazzo, quasi una firma, breve, ma intenso. Il braccio destro nel disperato tentativo di tenere l'equilibrio si stende verso non si sa cosa, il sacchetto parte, lanciato come un proiettile, le pizze escono in contemporanea, una va a destra, l'altra a sinistra. Il braccio sinistro resta attaccato al corpo per un breve momento, poi abbandona la posizione e si piazza a novanta gradi sul fianco. Mentre il Cane atterra sul pavé color ruggine, in un rumore di ossa, in un tonfo sordo e doloroso, le pizze scivolano sul medesimo pavè, un viaggio veloce, e vanno ad infilarsi sotto la macchina. Il Cane è a terra, senza fiato, una fitta alle costole, alla spalla, al ginocchio, al malleolo, non c'è un solo punto del lato sinistro del corpo a non aver assorbito la caduta. Il tram che stava arrivando comincia a frenare, il Cane non si muove, i freni stridono, stridono forte sulle rotaie, metallo contro metallo. Le auto sfrecciano indifferenti, imperterrite. Il ragazzo lancia la bici da un parte, in un balzo è sopra il Cane, la afferra per una spalla, dall'altra spalla il compagno del Cane, sceso con insolita velocità e abilità dall'auto. Sollevano il Cane insieme, come fosse un fuscello e non quel sacco di patate che è in realtà. Il Cane si lamenta, il dolore è forte, l'ego distrutto. In un rantolo dice "Le pizze. Le pizze", perché si sa il Cane salva sempre il cibo. L'impermeabile beige ridotto ad un ammasso bicolore, da un lato color pavé, fango, smog, dall'altro intonso, nel suo elegante colore che sta bene con tutto. Il Cane sale in auto insieme al sacchetto col cibo, si siede,  è ammaccata, dolorante e si lamenta. A terra resta sconsolata una pizza Margherita, sola, triste dimenticata. Pochi minuti e il Cane si accorge dell'abbandono della povera pizza, torna indietro. La povera pizza ha trovato casa quel pomeriggio. Non sia mai che ci sia una pizza randagia in centro a Milano.

P.S. Per coloro i quali non sapessero "Il Tango è Un Pensiero Triste che si Balla" è una citazione da Jorge Luìs Borges.

venerdì 1 febbraio 2013

CANEDERLI IN INSALATA

Un modo diverso di servire i canederli, di solito presentati con burro fuso o in brodo. Questo può essere un antipasto, se servito in piccole quantità, o un secondo piatto in dosi abbondanti. Sempre delizioso.

150 g di pane (non integrale) - due cucchiai  di cipolla tritata - 60 g di speck a dadini - 100 ml di latte - 2 cucchiai di farina - 1 cucchiaio di erba cipollina o di prezzemolo - 20 g di burro - due uova - sale pepe

per l'insalata: 200 g di insalata mista scegliendo o usandole insieme tra lattuga, valeriana, indivia riccia, lattughella etc (secondo la stagionalità) - due cucchiai di aceto di mele - quattro cucchiai di olio - otto rapanelli (se in stagione) - sale pepe

Preparare i canederli: Tagliare il pane a dadini. Far sudare la cipolla col burro, unire lo speck, e farlo rosolare. Aggiungere il pane, la farina, l'erba cipollina, e mescolare bene. Mescolare le uova, il latte e versare il composto sul pane. Impastare bene. Comprimere bene la pasta per canederli e farla riposare per almeno un quarto d'ora. Formare 12 canederli e cuocerli in una pentola di acqua salata per 12/15 minuti (quando vengono a galla di solito sono cotti, un po' come gli gnocchi). Lavare, pulire la lattuga e tagliarla nel caso le foglie fossero troppo grandi. Prima di servire condirla con olio, aceto, sale, pepe. Disporre l'insalata sul piatto di portata, unire canderli e servire.
per quattro persone